Perché succede
Le conversazioni con i figli si rovinano più spesso per eccesso che per difetto: hanno dato quello che avevano da dare e noi andiamo avanti, perché ci sembra che manchi ancora qualcosa. Nella mia pratica vedo che quel pezzo in più è quasi sempre nostro, non suo: è la conclusione che vogliamo sentire pronunciare. E succede la cosa peggiore, cioè che tuo figlio si ricordi di quel finale e non di tutto il resto.
Cosa puoi fare
- Chiudi quando le risposte si accorciano. Non perché è offeso: perché ha finito. Frasi che si riducono a due parole non sono resistenza, sono un segnale di saturazione.
- Chiudi anche quando stai per vincere. Se senti che sta per ammettere che avevi ragione, quello è il momento di fermarti. La conversazione che si vince è la conversazione che finisce.
- Dì ad alta voce che si riprende. «Ci penso anch’io, ne riparliamo.» Serve a lui per sapere che il discorso non è archiviato, e a te per non doverlo chiudere adesso.
- Non riassumere la sua posizione. La sintesi fatta da te suona come una sentenza, anche quando è corretta. Se serve, che il riassunto lo faccia lui.
Cosa evitare
Non chiudere con «comunque ricordati che», e non aggiungere la raccomandazione finale mentre lui sta già uscendo dalla stanza. E non chiudere con una battuta su quello che ha appena detto di serio.
Quando chiedere aiuto
C’è una cosa da guardare oltre alla conversazione: con chi altro le ha, queste conversazioni. La soglia qui non è diagnostica, è di reciprocità. Pochi amici non è un problema; nessuna relazione in cui dia e riceva lo diventa, e il riferimento è di circa tre mesi. Il quadro cambia quando la solitudine smette di essere una preferenza e diventa una sconfitta di cui si vergogna.