Perché succede
Un pensiero che arriva da solo non si combatte dall’esterno. Se sei tu a portare le prove che si sbaglia, quelle prove restano tue: valgono finché parli e svaniscono quando esci dalla stanza. Nella mia pratica vedo che il lavoro funziona solo quando le prove le porta lui, anche poche e anche storte. Il tuo compito non è convincerlo, è dargli il metodo con cui un giorno lo farà da solo.
Cosa puoi fare
- Scrivetelo. I pensieri uno per uno, su un foglio, con le sue parole e non con le tue. Scritti occupano tre righe, e già questo li ridimensiona.
- Due colonne. Prove a favore e prove contro, per ciascun pensiero. «Ho studiato tre pomeriggi» è una prova. «Mi sento male» non lo è, ed è utile che la differenza la trovi lui.
- Separa possibile da probabile. Quasi tutto è possibile, ed è il motivo per cui l’elenco delle cose da temere non finisce mai. La domanda vera è quanto è probabile.
- Chiedi le altre possibilità. «Oltre a questa, come potrebbe andare?» Almeno due, e le formula lui. Se le scrivi tu, hai risolto la serata e non gli hai lasciato niente.
- Torna su una volta andata bene. «Quella volta come l’hai gestita?» Recuperare una strategia che ha già funzionato costa meno che inventarne una nuova.
Cosa evitare
Non minimizzare mentre gli chiedi di esaminare il pensiero: «non è niente» e «guardiamolo insieme» non stanno nella stessa frase, e la prima cancella la seconda. Ed evita di scrivere tu la versione realistica al posto suo, perché se la conclusione è tua la prossima volta non saprà rifarla.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è che il pensiero torna, perché torna a tutti. È quando il metodo non morde più: lui stesso ti dice che sa di esagerare e non cambia niente, e intanto comincia a evitare le situazioni in cui quel pensiero si accende. È l’evitamento a spostare il quadro, non l’intensità della paura, e si valuta su quanto gli sta togliendo adesso.