Bias cognitivi 14-18 anni Una conversazione
Dalla collana Genitori senza stress

Perché mio figlio giudica tutto da come è finito?

Perché succede

La memoria non registra tutto quello che viviamo. Tiene il momento più intenso e tiene la fine, e quello che sta in mezzo sbiadisce in fretta. La fine pesa di più perché è la più fresca, quindi è la prima cosa che torna quando gli chiedi com’è andata. Nella mia pratica vedo che a quell’età il riassunto diventa subito una sentenza: cinque anni di scuola diventano «un incubo» per come è andata l’ultima settimana, e tutto il resto smette di contare.

Cosa puoi fare

  1. Ricostruite il periodo a pezzi, non in blocco. Invece di «com’è stato il liceo», chiedigli com’era il primo anno, poi il secondo. Un blocco si giudica con una parola sola, una sequenza no.
  2. Chiedi che cosa c’era prima del finale. «E i mesi prima, cos’erano?» Non è una obiezione, è una domanda a cui deve rispondere con dei fatti, e i fatti che tira fuori li porta lui.
  3. Nomina la differenza fra com’è andata e come è finita. Sono due cose diverse e a lui in quel momento sembrano la stessa. Basta dirlo una volta, senza insistere.
  4. Racconta una cosa tua che avevi giudicato male e che col tempo hai rivalutato. Un lavoro, un trasferimento, un periodo. Serve che senta che un giudizio si può rivedere, e che rivederlo non è essersi sbagliati.
  5. Usa il paragone del viaggio. Un viaggio non si giudica dalla meta né da un imprevisto dell’ultimo giorno: si giudica da quello che ci hai fatto dentro. È un’immagine che regge anche quando lui non ha voglia di parlare.

Cosa evitare

Non dirgli che il suo ricordo è sbagliato: il ricordo è quello che ha, e correggerlo lo mette sulla difensiva invece che in ricerca. Ed evita di forzare il lieto fine, cioè di chiudere ogni discorso con «però in fondo è stato bello»: gli insegna che con te certe cose non si possono raccontare per come sono state.

Quando chiedere aiuto

Guarda se il giudizio resta sull’episodio o scivola su di lui. «Quella cosa è finita male» passa, «a me finisce sempre così, sono fatto così» resta anche davanti a prove contrarie. Il secondo segnale è la generalizzazione: dopo un fallimento in un’area comincia a evitarne altre che non c’entrano niente, la scuola dopo lo sport, gli inviti dopo una festa andata storta. Uno o due mesi così sono un tempo ragionevole per chiedere una valutazione, senza urgenza ma senza rimandare oltre il trimestre.

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