Perché succede
Perché quando ti avvicini tocchi il punto in cui la sua lotta è più tesa: la tua presenza gli ricorda quello che vorrebbe e non riesce, la tua preoccupazione gli conferma di essere un problema, la tua proposta gli mette davanti la prova che teme. La rabbia che ti arriva addosso è quasi sempre rabbia verso sé stesso che non trova un’altra uscita, e tu sei l’unico bersaglio abbastanza sicuro per riceverla.
Cosa puoi fare
- Leggila come una lotta, non come un rifiuto. Non devi sopportare tutto, ma un genitore che si difende non sta più ascoltando, e lui ha la prova che la sua rabbia rompe le cose.
- Avvicinati senza domande. «Sono a casa», un piatto, una frase su di te e poi via: una presenza che non chiede niente non gli misura la distanza fra quello che vorrebbe e quello che riesce.
- Davanti alla previsione nera, affianca e taci. «Tanto non cambierà niente», se contestato, raddoppia. Mettigli accanto un’altra possibilità una volta sola, «può anche darsi che fra un mese torni a tavola, non lo sappiamo», e poi silenzio.
- Non bussare quando senti salire la tua. Spalle contratte e mascella chiusa davanti alla sua porta sono il segnale per aspettare: quello che ne uscirebbe non sarebbe tuo.
Cosa evitare
Non rispondere alla porta sbattuta con una predica: gli confermi di essere un problema, cioè la cosa da cui si nasconde. E non smettere di passare, perché il «no» sgarbato è ancora una risposta, un segno che ti registra.
Quando chiedere aiuto
La frustrazione va e viene, si accende su una proposta e si spegne quando la proposta è passata. Se invece l’irritabilità non passa da settimane, c’è anche quando nessuno gli chiede niente e si accompagna alla perdita di interesse per ciò che era suo, non è più frustrazione: è un umore che va guardato.