Perché succede
Puoi, ed è il posto migliore da cui partire. Il dubbio nasce da un’idea di autorevolezza che nella pratica non ho mai visto funzionare: quella per cui il genitore deve sapere per contare. Tuo figlio l’autorevolezza te la riconosce da come stai nella conversazione, non da quanto ne sai del gioco che ha in mano. Chiedere di un territorio che non frequenti ti obbliga a pensare in un modo che non è il tuo, e quello è esattamente il punto in cui la relazione si muove: sei diventato una persona che impara qualcosa da lui.
Cosa puoi fare
- Dichiaralo apertamente. «Di questa cosa non ci capisco niente, spiegami» è una frase che apre. «Ah, quel gioco lì» la chiude.
- Scegli proprio le zone che non frequenti: il gioco, la musica, i canali che segue, le persone che nomina. Sono le più ricche perché nessuno gliele chiede.
- Chiedi da principiante, non da esaminatore. «Come si fa a…» apre; «e a che cosa serve?» è un giudizio travestito da domanda, e lui lo sente.
- Torna sull’argomento qualche giorno dopo. Una seconda domanda su una cosa che ti aveva raccontato dimostra che te la sei tenuta, e vale più di dieci minuti di ascolto sul momento.
Cosa evitare
Non fingere di sapere per non fare brutta figura: prima o poi ti scopre, e a quel punto la domanda successiva non gliela paghi più. E non chiudere il racconto con la tua opinione sul valore di quello che gli piace.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è che ti tenga fuori da un suo mondo, cosa normale alla sua età. È quando quel mondo diventa l’unico, e il resto si spegne intorno: le uscite si diradano da qualche mese, le notti si allungano e le giornate si accorciano. Il passaggio che cambia il quadro è quando smette di rifiutare le tue proposte e comincia a non registrarle proprio. Non aspettare che passi da solo.