Perché succede
Ogni «e se» chiede una risposta, e ogni risposta produce l’«e se» successivo: è una catena che si allunga proprio mentre provi ad accorciarla. La rassicurazione funziona per qualche minuto e poi va rinnovata, così più rispondi più te ne chiede. Nella mia pratica vedo che a un certo punto il genitore si accorge di passare le serate a smentire ipotesi, e di non aver mai parlato di come sta suo figlio.
Cosa puoi fare
- Distingui le due domande. «A che ora è la verifica» chiede un’informazione e merita una risposta. «E se la prof mi chiede proprio quella cosa» chiede una rassicurazione: è un’altra faccenda e non si tratta allo stesso modo.
- Rispondi una volta sola. Per intero, con calma, e poi non di nuovo alla stessa domanda travestita da un’altra. Puoi dirlo: «a questa ti ho già risposto, e la risposta è ancora quella».
- Non riempire il silenzio dopo. È il momento in cui di solito arriva la cosa vera, e di solito ce la copriamo sopra aggiungendo un’altra frase.
- Sposta dall’ipotesi all’azione. «Se succedesse davvero, tu cosa faresti?» È l’unica domanda che riporta un «e se» dentro qualcosa di praticabile.
- Fatti sentire mentre lo fai tu. Quando hai in ballo una cosa che ti preoccupa, dì ad alta voce come la stai affrontando: non che andrà bene, ma che cosa stai facendo.
Cosa evitare
Non smontare la catena anello per anello nello stesso momento in cui è agitato: la revisione richiede lucidità, e in quel minuto non c’è. Ed evita di rispondere sempre più in fretta per chiudere la conversazione, perché la fretta gli conferma che la cosa è grave.
Quando chiedere aiuto
Guarda dove vanno gli «e se» quando l’occasione è passata: se restano attaccati a un evento in arrivo è una cosa, se occupano la sera, il sonno e i pasti anche quando non c’è niente in vista è un’altra. E guarda se comincia a rinunciare a cose che vorrebbe pur di non incontrare l’ipotesi. La soglia è funzionale, non serve aspettare mesi.