CYBER — Settimana 19/10–25/10 2026
Le leggi ci sono, i risultati ancora no: Ofcom certifica che nei nove mesi successivi all’entrata in vigore dei doveri di tutela dei minori la quota di ragazzi britannici esposti a contenuti dannosi non è cambiata, mentre l’Australia prepara le cause contro Meta, TikTok, Snap e YouTube per il divieto sotto i 16 anni che i ragazzi continuano ad aggirare. Sul fronte AI, un audit RAND trova che le allerte ai genitori di ChatGPT scattano nel 5% delle conversazioni ad alto rischio e le app per ‘spogliare’ le foto restano scaricabili da account di tredicenni con il controllo parentale attivo.
🛡️ CYBER — Settimana 19/10–25/10 2026
TL;DR: Le leggi ci sono, i risultati ancora no: Ofcom certifica che nei nove mesi successivi all’entrata in vigore dei doveri di tutela dei minori la quota di ragazzi britannici esposti a contenuti dannosi non è cambiata, mentre l’Australia prepara le cause contro Meta, TikTok, Snap e YouTube per il divieto sotto i 16 anni che i ragazzi continuano ad aggirare. Sul fronte AI, un audit RAND trova che le allerte ai genitori di ChatGPT scattano nel 5% delle conversazioni ad alto rischio e le app per “spogliare” le foto restano scaricabili da account di tredicenni con il controllo parentale attivo.
🔴 Segnale forte
Nove mesi di Online Safety Act e nessun calo: il problema si sposta dalla scrittura delle regole alla loro applicazione
Il 22 ottobre Ofcom ha pubblicato il suo rapporto sui contenuti dannosi per i minori, il primo bilancio dopo che i doveri di tutela dei bambini previsti dall’Online Safety Act sono diventati vincolanti nel luglio 2025 (Ofcom, 22/10). La conclusione è scritta con una franchezza rara per un regolatore: nei primi nove mesi non c’è stato alcun cambiamento significativo nella quota di bambini che incontrano contenuti dannosi, un dato che Ofcom stesso definisce “preoccupante”, e non ci sono nuove evidenze che la gravità del danno sia diminuita. La maggior parte dei ragazzi britannici dichiara di aver incontrato almeno un contenuto dannoso nelle quattro settimane precedenti; fra gli 11 e i 17 anni il 14% è stato esposto a contenuti su suicidio o autolesionismo e il 23% a contenuti che promuovono disturbi alimentari, e circa metà di chi ha visto contenuti legati alle armi dice di sentirsi meno sicuro a scuola o nel quartiere (ITV, 24/10; Forbes, 24/10). Il rapporto raccomanda inoltre al governo di aggiungere due categorie ai contenuti “prioritari”: quelli che stigmatizzano il corpo e quelli che promuovono la depressione, oggi non designati.
Va letto con attenzione metodologica. Il dato viene da un tracker basato su ciò che i ragazzi ricordano di aver visto, quindi misura l’esposizione percepita e non il danno clinico, e nove mesi sono pochi per cambiare sistemi di raccomandazione costruiti in quindici anni. Ma è proprio la misura che conta per chi vive con un adolescente: se il feed continua a proporre gli stessi contenuti, la presenza di controlli dell’età all’ingresso non cambia l’esperienza dentro la piattaforma. Ofcom ha comunque in corso indagini su TikTok (efficacia dei controlli dell’età), su Meta per la funzione Instants di Instagram lanciata senza valutazione del rischio aggiornata, e sanzioni già inflitte a siti pornografici, e annuncia a breve la valutazione rapida su come verificare in modo “altamente efficace” chi ha più di 16 anni in vista del divieto britannico (Ofcom, bollettino di ottobre).
Dall’altra parte del mondo lo stesso scollamento ha preso la forma di una causa annunciata. Il 20 ottobre la ministra australiana Anika Wells ha confermato che la commissaria eSafety Julie Inman Grant sta usando i poteri di acquisizione coattiva delle prove, in vigore dal 12 settembre, per preparare azioni civili davanti alla Corte federale contro Meta, TikTok, Snap e Google per la mancata applicazione del divieto sotto i 16 anni (Tech Times, 21/10). La frase scelta dalla ministra, “la legge non sta fallendo, sono le piattaforme che non la rispettano”, è una risposta diretta ai dati: oltre 5 milioni di account rimossi o limitati secondo il governo, ma un working paper dell’Università di Chicago stima che circa il 73% dei 14-15enni soggetti al divieto usi ancora le piattaforme vietate, e sette genitori su dieci riferiscono che il figlio ha ancora almeno un account. Le sanzioni arrivano fino a 109,2 milioni di dollari australiani per violazione; sullo sfondo pende il ricorso all’Alta Corte di Reddit e del Digital Freedom Project, con udienza a novembre, che potrebbe svuotare l’intera partita.
Messe insieme, le due notizie dicono una cosa che il dibattito pubblico tende a saltare: l’annuncio di un divieto o di un obbligo è l’inizio di un percorso lungo, fatto di ispezioni, contenziosi e misure tecniche, e i primi dati di esito sono modesti ovunque. È un’evidenza correlazionale e di breve periodo, non una prova che la regolazione sia inutile; ma smentisce l’aspettativa, molto diffusa anche in Italia, che una legge basti a cambiare l’ambiente digitale in cui crescono i ragazzi.
Per chi lavora con i minori: il dato del 23% esposto a contenuti sui disturbi alimentari e del 14% su suicidio e autolesionismo vale come promemoria per lo screening: chiedere cosa compare nel feed, non solo quanto tempo si passa online. Per chi fa policy: il caso britannico suggerisce di affiancare a ogni nuova norma indicatori di esito pubblici e periodici fin dal primo giorno; senza un tracker come quello di Ofcom, l’Italia non saprebbe nemmeno dire se le linee guida AGCOM sulla verifica dell’età stanno funzionando. Per i genitori: controlli dell’età e account per adolescenti riducono alcuni rischi ma non filtrano tutto ciò che l’algoritmo propone; resta decisivo guardare insieme il feed, ogni tanto, senza trasformarlo in un interrogatorio.
Fonti: Ofcom, rapporto sui contenuti dannosi, 22/10 · Ofcom, bollettino di ottobre · ITV, 24/10 · Forbes, 24/10 · MLex · Tech Times, 21/10
📡 Altri fili
Chatbot: allerte che non scattano e conversazioni di minori finite fra gli attivi di bilancio
Il 20 ottobre è circolato un preprint guidato da Ryan McBain (RAND) con ricercatori di Harvard Medical School, Brown e MIT, che ha messo alla prova le allerte ai genitori di ChatGPT con 15 account di adolescenti fra 15 e 17 anni collegati a un account genitore e 15 account adulti di controllo (EdTech Innovation Hub, 20/10). Su 300 conversazioni simulate ad alto rischio (autolesionismo, abuso sessuale, accesso ad armi, sfide pericolose), validate da tre psichiatri dell’infanzia, i genitori hanno ricevuto un avviso in 15 casi, il 5%, e 13 di questi nascevano dallo stesso scenario, un ragazzo che chiedeva come dire ai genitori dei propri pensieri suicidari. Nessuna allerta è partita dopo conversazioni su abuso sessuale, violenza verso altri o armi. Il chatbot ha rifiutato le richieste nel 76,7% delle conversazioni degli adolescenti contro il 72% degli adulti: una differenza statisticamente significativa ma piccola. Gli autori stessi avvertono che un’allerta mancata non equivale a un fallimento di sicurezza, perché il sistema è progettato per essere selettivo, e lo studio non è ancora passato dalla revisione tra pari. Resta un dato coerente con il test di Common Sense Media di inizio mese e con le cause degli otto Stati della settimana scorsa: lo strumento che rassicura i genitori copre quasi solo il rischio suicidario esplicito.
Intanto il caso Character.AI mostra un rischio diverso, quello dei dati. La società è in Chapter 11 davanti al tribunale fallimentare del Delaware e cerca un acquirente; Disney si è proposta come primo offerente con 20 milioni di dollari per una licenza su codice e brevetti, escludendo app, marchio e dati degli utenti, e ha accettato di assumere gran parte del personale (TechCrunch, 18/10; PPC Land). Circa 40 procuratori generali hanno depositato un atto che pone nove condizioni a qualsiasi acquirente, fra cui una verifica dell’età non basata sull’autodichiarazione, l’esclusione dei minori dalle chat aperte, la rimozione dei personaggi che si spacciano per terapeuti o medici, protocolli di crisi e la possibilità per tutti gli utenti di cancellare i propri dati prima della vendita. Secondo l’atto, oltre 2,1 milioni di account statunitensi avevano un’età dichiarata inferiore ai 18 anni, e i procuratori ritengono il numero reale più alto. Il 19 ottobre il Wisconsin ha reso pubblica la propria adesione, allegando un test del 2024 in cui un personaggio “serial killer” aiutava un finto studente a pianificare l’omicidio di un rivale (NC Lawyers Weekly, 19/10). L’asta è prevista per il 23 novembre.
Per chi lavora con i minori: quello che un adolescente ha scritto a un chatbot di compagnia (relazioni, salute mentale, sessualità) è oggi un attivo che può cambiare proprietario; vale la pena dirlo esplicitamente nei percorsi di educazione digitale. Per i genitori: l’allerta automatica non sostituisce la domanda diretta, “con chi parli quando stai male?”, che include anche le AI.
Fonti: EdTech Innovation Hub, 20/10 · PPC Land · NC Lawyers Weekly, 19/10 · TechCrunch, 18/10 · SAN, 13/10
App per “spogliare” le foto: il controllo parentale degli app store non le ferma
Il 19 ottobre il Tech Transparency Project ha pubblicato un’indagine condotta con quattro account registrati come ragazzi di 13 anni, due su Apple e due su Google, uno per piattaforma con il controllo parentale attivo e i download limitati alle app adatte a quell’età (IBTimes UK, 19/10). I ricercatori hanno individuato 135 app capaci, secondo la loro definizione, di generare immagini nude o seminude (testate solo con immagini di donne adulte generate dall’AI): l’account Apple supervisionato poteva scaricarne 24, quello Google 51. Un’app di face swap classificata “4+” produceva nudi; gli abbonamenti premium acquistati con carte regalo non hanno generato alcun avviso al genitore; le app rimosse dagli store continuavano a funzionare sui telefoni di prova. Apple contesta che alcuni editor fotografici generalisti vadano considerati strumenti di “nudificazione” e definisce anomala la mancata richiesta di approvazione degli acquisti. Il 16 ottobre, alla vigilia della pubblicazione, Apple ha aggiornato le linee guida dell’App Store vietando esplicitamente le app che nascondono funzioni durante la revisione e si rivelano strumenti di nudificazione solo dopo l’approvazione (TechCrunch, 19/10).
Il filo si collega direttamente al dato italiano di Meter citato tre settimane fa (minori identificati in deepnude passati da 125 a 592 in un anno) e alla tendenza vista nel Regno Unito e in Australia di spostare la protezione verso sistemi operativi e app store. L’indagine mostra il limite di quella strategia: la classificazione per età degli store è autodichiarata dagli sviluppatori e il controllo parentale filtra l’etichetta, non la funzione.
Per chi lavora con i minori: nei casi di deepnude a scuola la vittima e spesso anche l’autore sono minorenni; la prevenzione funziona meglio quando nomina il reato e il danno concreto, non solo “il pericolo delle app”. Per chi fa policy: il KIDS Act europeo e il DSA potrebbero chiedere agli store una verifica delle funzioni effettive, non solo delle dichiarazioni dello sviluppatore. Per i genitori: il “4+” o il “12+” sull’icona non è una garanzia; utile controllare periodicamente le app e gli abbonamenti attivi sul telefono del figlio.
Fonti: IBTimes UK / Tech Transparency Project, 19/10 · TechCrunch, 19/10 · MacRumors, 16/10
Ricerca: il telefono dopo le 22 sposta il sonno di un’ora, e la Lancet chiede di misurare l’uso problematico più del tempo
Il 19 ottobre JAMA Pediatrics ha pubblicato uno studio di Yihong Zhao (Columbia), Lauren Hale (Stony Brook) e Dimitri Christakis (Seattle Children’s) che ha qualcosa di raro in questo campo: misure oggettive. Su 425 adolescenti della coorte ABCD (età media 14,8 anni), un’app ha registrato passivamente l’uso del telefono Android e un Fitbit il sonno, per un totale di 7.591 notti (Medical Daily, 24/10; HealthDay). Il confronto è fatto all’interno della stessa persona: nelle notti in cui un ragazzo usava il telefono dopo le 22 più del solito, si addormentava in media circa 65 minuti più tardi e dormiva circa 20 minuti in meno. L’uso negli ultimi minuti prima di dormire aveva invece un effetto trascurabile sul risveglio notturno. Il disegno within-person riduce molti confondenti stabili, ma resta osservazionale (una sera in cui si è già agitati può portare sia a usare il telefono sia a dormire peggio), include solo utenti Android e parte dei dati viene dagli anni della pandemia. È coerente con lo studio di giugno della stessa rivista, in cui l’acquisizione dello smartphone a 13 anni non risultava associata a depressione ma sì a sonno insufficiente, e in cui tenere il telefono fuori dalla camera riduceva il rischio (JAMA Pediatrics, Bren et al.).
Il quadro più ampio lo offre la serie della Lancet sui “determinanti digitali della salute”, uscita a inizio ottobre e non ancora discussa in questo report: tre articoli coordinati da Ilona Kickbusch e un’umbrella review su circa 9 milioni di persone sotto i 25 anni, che collega ai problemi di salute mentale, sonno e attività fisica soprattutto l’uso problematico (pattern simili alla dipendenza) più che il tempo totale, e trova associato un uso moderato a un benessere più alto (EurekAlert/The Lancet, 04/10; The Lancet). Gli autori giudicano le evidenze di bassa certezza ma sufficienti per un’azione precauzionale, e chiedono valutazioni del rischio prima del lancio di nuove funzioni, accesso ai dati per i ricercatori e un trattato quadro in ambito OMS, avvertendo che i limiti d’età da soli non bastano.
Per chi lavora con i minori: il sonno è la leva con l’evidenza più solida e più facile da tradurre in pratica; nelle restituzioni ai genitori l’indicazione “telefono fuori dalla camera la sera” è più difendibile di qualsiasi soglia di ore giornaliere. Per i genitori: l’orario conta più del totale; spostare la ricarica fuori dalla stanza è una regola semplice e verificabile.
Fonti: Medical Daily, 24/10 · HealthDay · JAMA Pediatrics, Bren et al. · EurekAlert, 04/10 · The Lancet
Europa dei divieti nazionali, e un’Italia che parla molto e decide poco
La Grecia ha approvato la legge che vieta i social ai minori di 15 anni dal 1° gennaio 2027, votata dalla sola maggioranza di Nuova Democrazia, con obbligo per le piattaforme di introdurre sistemi di verifica dell’età ancora da definire (Calabria7, 24/10). Il 23 ottobre il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha chiesto a Parlamento e Consiglio di accelerare sul KIDS Act per evitare un mosaico di norme nazionali, aggiungendo che se un’azienda offre garanzie negli Stati Uniti Bruxelles si aspetta le stesse in Europa, un riferimento implicito all’accordo Meta con gli Stati americani (Eunews, 23/10). Il primo banco di prova arriva il 29 ottobre, scadenza per la valutazione della Commissione sul progetto austriaco che fissa a 14 anni l’età minima per alcuni social; circa otto Stati hanno notificato leggi simili (ANSA, 22/10).
In Italia il ddl 1136 sulla soglia dei 15 anni resta fermo in Commissione al Senato da circa un anno, secondo la relatrice Mennuni perché mancano i pareri ministeriali; il 21 ottobre la presidente del Consiglio si è detta “non contraria” al divieto, mentre maggioranza e opposizioni propongono di inserirlo come emendamento al Decreto sicurezza (Il Fatto Quotidiano, 21/10). La stessa settimana la cronaca ha mostrato un altro volto del rapporto minori-digitale: il 23 ottobre a Bari Dda e Procura per i minorenni hanno perquisito un gruppo di giovani, fra cui diversi minorenni, che su chat Telegram avrebbero pianificato saccheggi nel centro città procurandosi armi ed esplosivi (ANSA, 23/10), e a Roma la Polizia Postale ha perquisito un minorenne che diffondeva contenuti neonazisti sui social (ANSA, 23/10). Sono indagini, non condanne, ma indicano che la mobilitazione e la radicalizzazione passano da canali (Telegram, gruppi chiusi) che nessun divieto per età sui social mainstream tocca.
Per chi fa policy: il rischio concreto per l’Italia è arrivare tardi a una cornice europea già definita, con una legge nazionale scritta per emendamento. Per chi lavora con i minori: la radicalizzazione online va trattata come tema educativo e clinico (bisogno di appartenenza, identità, rabbia), non solo di ordine pubblico.
Fonti: Calabria7, 24/10 · Eunews, 23/10 · ANSA, 22/10 · Il Fatto Quotidiano, 21/10 · ANSA Bari, 23/10 · ANSA Roma, 23/10
⚖️ Monitor normativo
Regno Unito: rapporto Ofcom sui contenuti dannosi (22/10) con la raccomandazione di inserire fra i contenuti prioritari quelli che stigmatizzano il corpo e promuovono la depressione; valutazione rapida sulla verifica dell’età sopra i 16 anni annunciata come imminente; prosegue l’indagine su Meta per Instants (aperta il 06/10) (Ofcom; The Next Web). Australia: eSafety prepara azioni civili contro Meta, TikTok, Snap e Google sul divieto under 16 (20/10); udienza dell’Alta Corte sul ricorso di Reddit e Digital Freedom Project a novembre (Tech Times). Stati Uniti: il 19/10 l’Undicesimo circuito annulla l’ingiunzione contro la SB 351 della Georgia (verifica dell’età e consenso dei genitori per gli under 16, divieto di pubblicità mirata ai minori), con lo stesso giudice Newsom della decisione sulla Florida; restano possibili ricorsi “as-applied” e la questione si avvicina alla Corte Suprema (Atlanta News First, 19/10). Il 21/10 un giudice del New Mexico condanna Meta a 25 miliardi di dollari per pratiche ingannevoli sulla privacy degli utenti: causa non specifica sui minori, ma il legislatore statale propone di destinare i fondi alla tutela dei ragazzi (Source NM, 21/10). Dal 28/10 a Los Angeles il secondo processo JCCP, con Meta e Snap come convenuti dopo le transazioni di TikTok e YouTube con i due attori (MDL Update). Character.AI: asta proposta per il 23/11, condizioni poste da circa 40 procuratori (PPC Land). Canada: il 20/10 il Commissario per la privacy lancia il Children’s Privacy Code (consenso genitoriale sotto i 13 anni, privacy di default, divieto di profilazione pubblicitaria e di design ingannevole), commenti fino al 20/01/2027 (OPC, 20/10). Unione europea: valutazione della Commissione sulla legge austriaca entro il 29/10; consultazione sul KIDS Act aperta fino al 26/11 (ANSA). Grecia: approvato il divieto sotto i 15 anni dal 01/01/2027 (Calabria7). Italia: ddl 1136 ancora fermo in Commissione al Senato, ipotesi di emendamento al Decreto sicurezza (Il Fatto Quotidiano); nessuna nuova decisione pubblica di AGCOM o del Garante sui minori verificabile questa settimana.
🧭 Pattern della settimana
Il primo pattern è il passaggio dalla stagione degli annunci a quella dei risultati, e i risultati sono deludenti. Regno Unito e Australia sono i due Paesi che hanno legiferato prima e in modo più ambizioso, e questa settimana entrambi hanno ammesso, in forme diverse, che l’esperienza concreta dei ragazzi non è cambiata molto. La risposta è la stessa: più enforcement, non meno regole. È una lezione per l’Europa che si prepara al KIDS Act e per i Paesi, Grecia e Austria in testa, che corrono con le proprie leggi: il divieto è la parte facile, la misura dell’esito e la capacità di ispezione sono la parte che decide.
Il secondo pattern è la fragilità dei dispositivi di protezione delegati. Le allerte di ChatGPT scattano quasi solo sul suicidio esplicito, il controllo parentale degli app store filtra l’etichetta dichiarata e non la funzione reale, la verifica dell’età australiana si può ripetere fino a superarla. Ognuno di questi strumenti ha senso, ma tutti condividono un difetto: rassicurano l’adulto più di quanto proteggano il minore. Chi lavora con le famiglie dovrebbe presentarli come strati imperfetti, non come garanzie, per evitare che sostituiscano la relazione.
Il terzo pattern è lo scollamento fra il dibattito sul tempo e l’evidenza sui meccanismi. Il discorso pubblico, anche italiano, continua a ragionare in ore e soglie d’età; la ricerca della settimana (lo studio sul sonno, la serie della Lancet) indica invece che contano l’orario, l’uso problematico e il design delle funzioni. Non a caso le due leggi americane che hanno retto in appello nelle ultime settimane, Florida e Georgia, sono costruite attorno a funzioni e consenso, e la Lancet chiede valutazioni del rischio prima del lancio delle funzioni. È lì che ricerca, regolazione e pratica clinica stanno convergendo, mentre la politica italiana è ancora ferma alla domanda “a che età?”.
📌 Da tenere d’occhio
- 28 ottobre, processo JCCP a Los Angeles contro Meta e Snap: testimonianze di Zuckerberg (10/11) e Mosseri (19/11) previste in calendario; sarà il primo processo dopo l’accordo da 18 miliardi con gli Stati.
- 29 ottobre, giudizio della Commissione sulla legge austriaca: indicherà quanto spazio resta ai divieti nazionali prima del KIDS Act, e quindi anche al ddl italiano.
- Valutazione Ofcom sulla verifica dell’età sopra i 16 anni: attesa a giorni, dirà se il Regno Unito punta su app, store o sistemi operativi.
- Asta di Character.AI (23/11) e Alta Corte australiana (novembre): la prima stabilirà un precedente su cosa succede ai dati conversazionali dei minori quando un’azienda di AI fallisce; la seconda potrebbe rimettere in discussione l’intero divieto australiano.
- Revisione tra pari del preprint RAND: se confermato, il dato del 5% diventerà con ogni probabilità un argomento nelle cause degli Stati contro OpenAI.