CYBER
2026.10.26

CYBER — Settimana 26/10–01/11 2026

TL;DR

Bruxelles congela per dodici mesi i divieti nazionali sui social per i minori, a partire da quello austriaco sotto i 14 anni, e scommette tutto sul KIDS Act, mentre Ofcom spiega come si potrebbe davvero verificare chi ha 16 anni. Sul fronte dell’evidenza, la ricerca della settimana raffredda le soluzioni semplici: il divieto del telefono a scuola in Islanda non cambia la salute mentale, e il censimento di Common Sense Media mostra che due ragazzi su tre fra 9 e 17 anni usano già i chatbot, anche per parlare di come stanno.

🛡️ CYBER — Settimana 26/10–01/11 2026

TL;DR: Bruxelles congela per dodici mesi i divieti nazionali sui social per i minori, a partire da quello austriaco sotto i 14 anni, e scommette tutto sul KIDS Act, mentre Ofcom spiega come si potrebbe davvero verificare chi ha 16 anni. Sul fronte dell’evidenza, la ricerca della settimana raffredda le soluzioni semplici: il divieto del telefono a scuola in Islanda non cambia la salute mentale, e il censimento di Common Sense Media mostra che due ragazzi su tre fra 9 e 17 anni usano già i chatbot, anche per parlare di come stanno.


🔴 Segnale forte

Il confine dell’età passa di mano: Bruxelles ferma i divieti nazionali, Londra misura quanto costa farlo rispettare

Il 29 ottobre la Commissione europea ha deciso di rinviare di dodici mesi ogni progetto di legge nazionale che si sovrappone alle future regole armonizzate sui minori online. Il primo effetto riguarda l’Austria: il divieto dei social sotto i 14 anni, notificato attraverso la procedura TRIS il 28 luglio e pensato per partire il 1° gennaio 2027 contro TikTok, Instagram, YouTube e Snapchat, non potrà entrare in vigore prima della fine di luglio 2027 (ID Tech, 29/10; Sbircia la Notizia, 29/10). La motivazione è giuridica prima che politica: la proposta di KIDS Act presentata il 17 settembre consente di estendere il periodo di sospensione da tre a dodici mesi, e il portavoce Thomas Regnier l’ha usata in modo esplicito, spiegando che con età minime diverse da Paese a Paese il rispetto delle regole da parte delle piattaforme diventerebbe “quasi impossibile” e che la priorità assoluta è approvare il regolamento europeo (ANSA, 29/10). Restano in attesa anche i testi di Polonia e Belgio, mentre la Germania dovrà accantonare le norme transitorie a cui lavorava; secondo Brussels Morning il KIDS Act in discussione prevede nessun account autonomo sotto i 13 anni, “mini-account” supervisionati con un tetto di un’ora al giorno fra 13 e 14 anni e account indipendenti dai 15 (Brussels Morning, 30/10).

Vienna non l’ha presa bene. Il sottosegretario Alexander Pröll ha definito “inaccettabile” che Bruxelles impedisca agli Stati di legiferare mentre il testo europeo è ancora una bozza, e il governo ha scritto alla vicepresidente Henna Virkkunen chiedendo di chiudere il lavoro del Consiglio entro gennaio e l’accordo politico entro marzo 2027, con la frase “ogni mese, ogni anno conta” nella vita di un bambino (Proto Thema, 29/10; laRegione, 30/10). La Grecia, che ha pubblicato il 26 ottobre la legge 5350/2026 sul divieto sotto i 15 anni dal 1° gennaio, non è stata bloccata perché aveva notificato prima; la Commissione ha precisato che questo non equivale a un’approvazione, e il ministro Akis Skertsos rivendica di guidare “l’unico Paese dell’UE” che applicherà restrizioni nei prossimi dodici mesi. La Francia non è stata fermata ma dovrà rivedere il testo. Sull’Italia, che nel 2025 aveva notificato una soglia a 15 anni, le fonti divergono: alcune la danno fuori dal congelamento perché il periodo di sospensione si era chiuso nel settembre 2025, altre parlano di decisione non ancora presa; il dato politico concreto è che il ddl 1136 resta fermo al Senato (Sbircia la Notizia, 29/10; Il Fatto Quotidiano, 21/10).

Lo stesso giorno, a Londra, Ofcom ha pubblicato la valutazione rapida richiesta dal governo in vista del divieto britannico sotto i 16 anni, e il documento è la prima risposta tecnica seria alla domanda che il dibattito europeo continua a rimandare: come si verifica un’età così vicina all’età adulta? Ofcom individua quattro metodi oggi “capaci di essere altamente efficaci” a 16 anni (contro i sette disponibili a 18): il confronto fra un documento con foto e un’immagine dal vivo, le verifiche bancarie (circa il 90% dei 16-17enni britannici ha un conto), l’identità digitale e la stima facciale dell’età, che però “può sbagliare di qualche anno a 16” e richiede quindi una soglia di sicurezza più alta con verifica documentale come secondo passaggio (Advanced Television, 29/10; Ofcom). Circa 150.000 ragazzi di 16-17 anni non hanno né passaporto né patente, e il rischio di aggiramento “non può essere eliminato”; un rapporto parallelo sugli app store, che tre quarti dei bambini indicano come principale porta d’accesso a internet, rileva che tutti si affidano all’età autodichiarata, e che il 30% degli 11-17enni ha raggiunto contenuti vietati negli ultimi sei mesi, nel 12% dei casi con una VPN (Biometric Update, 29/10). L’ICO ha accolto il documento chiedendo che la protezione dei dati sia costruita dentro le regole, mentre Big Brother Watch parla di “un sistema di identità nazionale dalla porta di servizio” (Cybernews).

Lette insieme, le due notizie spostano il problema. La domanda pubblica è stata finora “a che età?”, e ogni Paese ha dato la sua risposta (13, 14, 15, 16). La settimana mostra che la risposta conta meno di due cose che i cittadini vedono poco: chi ha la competenza per decidere (ora, in Europa, chiaramente Bruxelles) e con quale infrastruttura si controlla l’età, con quale margine d’errore e a quale costo per la privacy di tutti. Non c’è ancora alcuna evidenza che una soglia sia più protettiva di un’altra; c’è invece evidenza, dal Regno Unito e dall’Australia, che la verifica imperfetta lascia passare una quota rilevante di ragazzi.

Per chi lavora con i minori: nei prossimi dodici mesi in Italia non cambierà nulla per legge; il lavoro educativo sulle prime iscrizioni, che oggi avvengono ben prima dei 14 anni, resta interamente nelle mani di scuola e famiglie. Per chi fa policy: la finestra fino a luglio 2027 è il momento per influenzare i dettagli del KIDS Act (soglie della stima facciale, ruolo di app store e sistemi operativi, garanzie sui dati), che contano più del numero scritto in legge. Per i genitori: una “verifica dell’età” non è un muro; un adolescente motivato trova spesso un varco, e la conversazione su cosa fare quando lo trova vale più del blocco.

Fonti: ID Tech, 29/10 · ANSA, 29/10 · Brussels Morning, 30/10 · laRegione, 30/10 · Proto Thema, 29/10 · Ofcom, valutazione rapida a 16 anni · Advanced Television, 29/10 · Biometric Update, 29/10 · Cybernews


📡 Altri fili

Due ragazzi su tre usano i chatbot, e un terzo ci parla di come sta: i dati arrivano mentre le piattaforme aggiungono allerte

Il 27 ottobre Common Sense Media ha pubblicato il censimento 2026 sull’uso dell’AI fra 9 e 17 anni, su un campione probabilistico nazionale statunitense di circa 1.200 ragazzi intervistati a marzo (il rapporto indica 1.204, la pagina di presentazione 1.211) (Common Sense Media, 27/10). L’86% usa o interagisce con l’AI, il 67% ha usato un chatbot e il 24% lo fa ogni giorno; l’uso dei chatbot è già al 36% a 9 anni e arriva al 73% a 13. Fra chi usa l’AI, il 37% ha parlato dei propri sentimenti o problemi e il 57% ha chiesto consigli su salute o corpo; il 12% di tutti i ragazzi si rivolgerebbe a un chatbot prima che a un adulto di fiducia. Il 17% degli utenti di chatbot ha visto risposte inadatte alla propria età, e solo un terzo di loro lo ha detto a un adulto. Fra gli utenti quotidiani il 54% si sente solo almeno qualche volta, contro il 33% di chi non li usa o li usa poco (rapporto PDF). Lo stesso giorno la Jed Foundation ha diffuso un’indagine su oltre 5.500 studenti di 21 scuole statunitensi: il 57% usa l’AI quando è triste, stressato o solo, il 12% per compagnia, e chi la usa per compagnia riporta più ansia, depressione, solitudine e più pensieri e tentativi suicidari nel corso della vita (JED, 27/10; KPBS/NPR, 30/10). Entrambi gli studi sono trasversali e gli autori lo dicono chiaramente: è altrettanto plausibile che i ragazzi più soli cerchino il chatbot quanto che il chatbot accentui la solitudine.

Le piattaforme si sono mosse nella stessa settimana. Il 29 ottobre Meta ha esteso a Facebook e Messenger le allerte per i genitori che supervisionano l’account di un figlio, attivate da ricerche ripetute su suicidio e autolesionismo o da conversazioni con Meta AI che segnalano un rischio; il genitore riceve un avviso con risorse di aiuto ma non il contenuto (Engadget, 29/10). Il 30 ottobre OpenAI ha annunciato che ChatGPT non fornirà più ai minori informazioni pratiche su armi e sistemi di sicurezza anche senza segnali di intenzioni violente, potrà chiudere le conversazioni fissate sul fare del male ad altri e sospendere l’account dopo episodi ripetuti, con notifica ai genitori (Reuters via Yahoo, 30/10). Il contesto è quello del preprint RAND della settimana scorsa, ancora in revisione su JMIR, secondo cui le allerte di ChatGPT scattavano nel 5% delle conversazioni simulate ad alto rischio (JMIR Preprints). Sul caso Character.AI, il 29 ottobre 39 Stati più il Distretto di Columbia si sono uniti alla richiesta del Trustee federale di nominare un garante della privacy dei consumatori prima della vendita, citando circa 12 milioni di utenti attivi o passati, minori inclusi (PPC Land, 29/10).

Per chi lavora con i minori: se un terzo dei ragazzi che usano l’AI ci parla dei propri problemi, la domanda “a chi lo racconti?” in un colloquio deve includere esplicitamente i chatbot, senza giudizio, perché la vergogna è ciò che impedisce di dirlo. Per i genitori: le allerte di Meta e OpenAI funzionano solo se l’account del figlio è collegato e supervisionato, e anche allora coprono una parte dei rischi; il dato più utile del censimento è che due terzi dei ragazzi che vedono qualcosa di inadatto non lo dicono a nessuno.

Fonti: Common Sense Media, 27/10 · JED, 27/10 · KPBS/NPR, 30/10 · Engadget, 29/10 · Reuters via Yahoo, 30/10 · PPC Land, 29/10

Il telefono fuori dalla classe non basta: in Islanda nessun effetto sulla salute mentale

Il 27 ottobre JAMA Network Open ha pubblicato uno studio, firmato fra gli altri da Candice Odgers, che usa i dati di 70 scuole islandesi e quasi 24.000 osservazioni di studenti fra 13 e 15 anni raccolte nel 2016, nel 2018 e nel 2023; nel frattempo 22 scuole avevano introdotto il divieto del telefono (JAMA Network Open, 27/10). Con un disegno a differenza nelle differenze, che confronta l’evoluzione delle scuole con e senza divieto, gli autori non trovano cambiamenti significativi in sintomi depressivi, ansia, ostilità e benessere, né in supporto fra pari, bullismo, cyberbullismo o tempo davanti allo schermo. Il disegno è più solido di un semplice confronto trasversale ma non è un esperimento: le scuole che hanno adottato il divieto avevano già traiettorie diverse prima, e il dato non dice nulla sugli effetti sull’apprendimento o sull’attenzione in classe. Il risultato è coerente con lo studio KU Leuven di inizio mese su tre scuole belghe e con la revisione della Lancet citata due settimane fa: ciò che pesa sulla salute mentale sembra essere l’uso problematico e ciò che accade fuori dall’orario scolastico, la sera e la notte. Sulla stessa linea, uno studio su circa 5.000 dodicenni della coorte ABCD pubblicato sul Journal of Adolescent Health associa più tempo in connessioni digitali a più tristezza e la riduzione delle connessioni digitali fra maggio e agosto 2020 a un calo della tristezza, con i limiti di un dato raccolto in pandemia e a due sole rilevazioni (J Adolesc Health, DOI 10.1016/j.jadohealth.2026.05.012).

Per chi lavora con i minori: il divieto in classe può avere buone ragioni didattiche, ma non va presentato alle famiglie come intervento di salute mentale; le energie preventive rendono di più su sonno e uso serale. Per chi fa policy: il dato islandese è un argomento per valutare le misure scolastiche con indicatori espliciti invece di darne per scontato l’effetto. Per i genitori: la regola che conta è quella di casa, soprattutto dopo le 22.

Fonti: JAMA Network Open, 27/10 · J Adolesc Health, 30/10

Los Angeles: Meta chiude anche il secondo caso, Snap affronterà la giuria da sola

Il 28 ottobre è iniziata a Los Angeles, davanti alla giudice Carolyn Kuhl, la selezione della giuria per il secondo processo dei procedimenti coordinati californiani (JCCP 5255) sulla dipendenza da social, con due attrici di 18 e 16 anni che accusano Meta e Snap di aver progettato funzioni capaci di creare uso compulsivo; il legale degli attori Mark Lanier ha ricordato che è il primo processo contro Snapchat (CBS News, 28/10). TikTok e YouTube avevano già transatto con entrambe, e venerdì 30 ottobre Meta ha chiuso con riserva sui termini anche la seconda attrice, lasciando Snap come unica convenuta; le dichiarazioni di apertura sono fissate per il 4 novembre (Open Class Actions, 31/10). Al centro ci saranno le Snapstreak, gli Snapscore e i filtri; Snap risponde che l’app “si apre su una fotocamera, non su un feed”. Il pattern è ormai chiaro: le aziende transano quando il caso arriva davanti alla giuria, evitando verdetti che farebbero giurisprudenza sul design, e il nodo giuridico (se una funzione come la streak sia un difetto di progetto) resta aperto proprio perché nessuno lo lascia decidere.

Per chi lavora con i minori: le streak sono un esempio concreto e comprensibile di design che sfrutta l’avversione alla perdita; spiegarne il meccanismo ai ragazzi funziona meglio che vietarle. Per i genitori: se un figlio non riesce a “rompere” una streak, il problema non è la sua forza di volontà ma una funzione progettata per questo.

Fonti: CBS News, 28/10 · Open Class Actions, 31/10 · Euronews, 28/10

Australia: un anno di segnalazioni, e la sfida passa al dovere di diligenza

Il 27 ottobre la commissaria eSafety Julie Inman Grant ha presentato i dati annuali (luglio 2025-giugno 2026): 3.688 casi di cyberbullismo giovanile, oltre 9.000 segnalazioni di abuso basato su immagini, segnalazioni di abuso fra adulti in crescita del 57%, e otto servizi stranieri di “nudificazione” che hanno interrotto l’accesso dall’Australia dopo averne totalizzato circa 200.000 download al mese (The Nightly, 27/10). Inman Grant ha chiesto un diritto di azione privata per le vittime, e la ministra Anika Wells si è detta aperta; non sono arrivati invece nuovi dati sul rispetto del divieto sotto i 16 anni, attesi per l’anniversario del 10 dicembre. Il 28 ottobre la Camera ha approvato il Digital Duty of Care bill, che obbliga le piattaforme a identificare e ridurre i rischi per gli utenti e ora passa al Senato, dove servono i Verdi (MLex, 28/10). È il passaggio da un modello basato sul divieto d’accesso a uno basato sulla responsabilità di progetto, lo stesso verso cui si muovono l’Online Safety Act britannico e il DSA.

Per chi fa policy: il dato sulle app di nudificazione mostra che un regolatore con poteri chiari può ottenere ritiri dal mercato anche da operatori stranieri; è un precedente utile per AGCOM e per il futuro KIDS Act.

Fonti: The Nightly, 27/10 · MLex, 28/10


⚖️ Monitor normativo

Unione europea: il 29/10 la Commissione rinvia di 12 mesi i progetti nazionali sovrapposti al KIDS Act; la legge austriaca (notifica 2026/0405/AT) slitta almeno a fine luglio 2027, sospesi anche i testi di Polonia e Belgio; la Grecia (legge 5350/2026, pubblicata il 26/10) resta in vigore dal 01/01/2027; la Francia dovrà rivedere il testo (ID Tech; Brussels Morning). Nessuna nuova azione DSA sui minori verificabile nella settimana (Hardware Upgrade, 29/10). Italia: il 28/10 il presidente del Garante Pasquale Stanzione, in audizione alla Commissione Politiche UE della Camera sul KIDS Act, sostiene la verifica dell’età solo con dati limitati “allo stretto necessario”, segnala i rischi dei chatbot che simulano empatia e afferma che “i divieti non bastano” (Garante, 28/10); lo stesso giorno il Garante ordina in via d’urgenza a sei testate di rimuovere le immagini di un ragazzino ripreso durante gli scontri di Milano, ritenendo insufficiente la pixelatura del volto (Il Post, 28/10); parere favorevole al decreto che consente dai 14 anni di consultare nel fascicolo sanitario i dati delle prestazioni accessibili in autonomia, come il consultorio (Garante, newsletter 29/10); interrogazione della Lega in Commissione Trasporti per estendere ai social il modello AGCOM del doppio anonimato (Agenparl, 28/10); ddl 1136 ancora in Commissione al Senato. Regno Unito: valutazione Ofcom sulla verifica dell’età a 16 anni e rapporto sugli app store (29/10); prime norme sul divieto sotto i 16 attese entro fine 2026 (Advanced Television). Stati Uniti: processo JCCP a Los Angeles con la sola Snap, apertura il 04/11 (Open Class Actions); Character.AI, richiesta di un garante privacy sostenuta da 39 Stati e DC, asta proposta per il 23/11 (PPC Land); la governatrice Kathy Hochul annuncia regole di New York su chatbot e minori in vigore da gennaio (TIME, 30/10). Australia: Digital Duty of Care approvato dalla Camera (28/10); udienza dell’Alta Corte sul ricorso contro il divieto under 16 attesa a novembre, data non ancora pubblicata (High Court). Canada: il ministro Marc Miller valuta di estendere il Bill C-34 alle piattaforme di gioco come Roblox (MobileSyrup, 27/10). Brasile: chiusa il 26/10 la consultazione dell’ANPD sulle sanzioni dell’ECA Digital, applicazione piena attesa dal 2027 (ANPD).


🧭 Pattern della settimana

Il primo pattern è la centralizzazione della decisione sull’età. Per due anni i Paesi europei hanno corso a chi fissava prima la propria soglia; da questa settimana la corsa è sospesa e la partita si gioca a Bruxelles. È una scelta sensata dal punto di vista del mercato unico e dell’applicabilità, ma ha un costo politico evidente: dodici mesi in cui i governi che hanno promesso divieti non possono mantenere la promessa, e in cui il dibattito rischia di diventare uno scontro fra capitali e Commissione invece che una discussione su cosa protegge davvero i ragazzi. Il Garante italiano, dicendo che i divieti non bastano e che serve una “paideia digitale”, è stato una delle poche voci a riportare la questione sul terreno educativo.

Il secondo pattern è che l’evidenza sta raffreddando le soluzioni simboliche. Il divieto del telefono a scuola, il divieto d’accesso ai social, l’allerta automatica ai genitori: tre misure popolari, facili da spiegare, che questa settimana hanno incontrato dati deludenti (l’Islanda), limiti tecnici dichiarati dal regolatore stesso (Ofcom) e una copertura parziale (le allerte). Nessuna è inutile, ma nessuna sostituisce ciò che la ricerca indica in modo sempre più coerente: l’uso serale, l’uso problematico e il design delle funzioni.

Il terzo pattern è lo spostamento del baricentro verso l’AI conversazionale. Il censimento Common Sense documenta che a 13 anni tre ragazzi su quattro hanno già usato un chatbot e che una quota rilevante ci parla di sé; nello stesso momento le leggi europee e britanniche discutono ancora quasi soltanto di social network. È lo scollamento più ampio fra realtà d’uso e regolazione che questo osservatorio abbia registrato finora, ed è lì che la pratica clinica e scolastica dovrebbe attrezzarsi prima che arrivino le norme.


📌 Da tenere d’occhio