Perché succede
Una domanda chiusa ottiene un dato, una domanda aperta ottiene una conversazione: la differenza non è di stile, è di quanto spazio lasci all’altro per starci dentro. Nella mia pratica vedo che quando le risposte si accorciano il genitore smette di chiedere e si mette in attesa che il figlio racconti da solo. Da lì la conversazione non muore per mancanza di argomenti, muore per mancanza di domande.
Cosa puoi fare
- Sostituisci una domanda chiusa al giorno. Una sola, anche quando non è successo niente di speciale. «Com’è andata» al posto di «hai preso il voto», e poi vediamo dove va.
- Resta sullo stesso argomento. Dopo la prima risposta fai una seconda domanda su quella stessa cosa invece di passare alla successiva. È il secondo giro che porta le informazioni vere, non il primo.
- Fermati prima di aver esaurito l’argomento. Se chiudi mentre c’è ancora qualcosa da dire, resta un filo da riprendere. Se lo spremi fino in fondo, la prossima volta si parte da zero.
- Misura su quanto parla lui. Non su quanto ti ha raccontato di preciso: su quanto ha parlato rispetto a te. È l’unico indicatore che dice se è cambiato qualcosa davvero.
Cosa evitare
Non fare tre domande aperte di seguito: diventa un interrogatorio, e a quel punto anche una domanda buona suona come un controllo. Ed evita di usarle solo nei momenti difficili, perché la domanda aperta finisce per diventare il segnale che è successo qualcosa e lui si irrigidisce prima ancora di sentirla.
Quando chiedere aiuto
Guarda meno la lunghezza delle risposte e più se è sparito il piacere: se smette di interessargli anche quello che prima gli piaceva, se lascia lo sport o le attività, se il sonno o l’appetito cambiano. Se dura due settimane quasi tutti i giorni e per gran parte della giornata, non è una fase di monosillabi. Nei ragazzi si presenta spesso come irritabilità continua più che come tristezza.