Bias cognitivi 14-18 anni Una decisione
Dalla collana Genitori senza stress

Devo assecondare i suoi progetti irrealistici o smontarli?

Perché succede

Le due opzioni che ti vengono in mente sono tutte e due sbagliate. Se lo assecondi, lo lasci andare a sbattere e poi non ha nessuno a cui tornare, perché avevi detto di sì. Se lo smonti, non ti crede: sente solo che non credi in lui, e da quel momento difende il progetto per difendere se stesso. Nella mia pratica vedo che il sogno grande quasi mai è il vero oggetto della discussione, ed è quello che rende inutile discuterne.

Cosa puoi fare

  1. Non dire né sì né no. Chiedi il primo passo. «Ok. Che cosa serve fare per arrivarci, e qual è la prima cosa, quella di questo mese?» Non stai giudicando l’obiettivo, stai chiedendo la strada, ed è lì che la conversazione diventa possibile.
  2. Costruite insieme le tappe intermedie. Se il sogno è l’ingegneria aerospaziale, le tappe sono un corso online, un gruppo di robotica, i voti in matematica e fisica di quest’anno, le università raggiungibili da casa vostra. Un sogno spezzato in passi resta un sogno, ma diventa verificabile.
  3. Fallo parlare con qualcuno che quella strada l’ha fatta davvero. Non per fargli cambiare idea: per dargli la misura. Una mezz’ora con una persona che ci è passata gli dice quello che sei mesi di discussioni con te non gli diranno mai, e senza che nessuno debba avere torto.
  4. Fissate prima i punti in cui si verifica. Fra tre mesi e fra sei, si guarda insieme che cosa è successo delle tappe. Decidere adesso quando si controlla evita che il controllo sembri un agguato, e gli lascia la possibilità di cambiare rotta senza doverlo chiamare fallimento.

Cosa evitare

Non usare l’ironia sul suo progetto, nemmeno bonaria: se lo ridicolizzi non lo abbandona, lo porta fuori casa, dove nessuno lo aiuta. Ed evita di preparargli tu il piano B, perché diventa la prova che il piano A non ci credevi davvero.

Quando chiedere aiuto

Guarda che cosa succede quando il progetto salta, perché è lì che si vede la struttura. Se dopo il no si chiude in camera e ci resta, se smette di interessargli anche quello che gli piaceva prima e non solo quella strada, se il modo in cui parla di sé diventa stabile invece che legato alla delusione, il quadro non è più una delusione. Due settimane così, quasi tutti i giorni, spesso in forma di irritabilità e non di pianto, con il sonno o l’appetito cambiati, sono una soglia.

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