Perché succede
La differenza non è la lunghezza della risposta, è se la risposta esiste già prima che tu chieda. La domanda chiusa ha una soluzione prestabilita e si esaurisce in una parola o in una frase: sì, no, blu. La domanda aperta non ce l’ha, e obbliga a un ragionamento e a una piccola argomentazione. Nella mia pratica vedo che quasi tutte le domande che facciamo ai figli sembrano aperte e non lo sono, perché contengono già la risposta che ci aspettiamo. Lui la sente e ce la restituisce, così finisce prima.
Cosa puoi fare
- Prova la domanda su di te prima di farla. Se puoi rispondere con una parola sola, è chiusa. Non è un difetto, ma sappi che cosa hai in mano.
- Togli la risposta che stai aspettando. Se dentro la domanda c’è già l’indizio di dove vuoi arrivare, riformulala senza.
- Sostituisci il verbo che verifica con «che cosa» o «in che modo». «Hai capito?» verifica. «Che cosa ne hai capito?» apre.
- Non offrire due alternative. «Secondo te andrà bene o andrà male?» sembra una domanda vera ed è una chiusa travestita: lascia scegliere fra due cose tue.
- Se la risposta arriva in una parola, non ripetere la stessa domanda più forte. Cambiala, oppure lascia stare e riprendi dopo.
Cosa evitare
Non trasformare l’apertura in un interrogatorio: una domanda per volta, e il silenzio dopo fa parte della domanda. Ed evita di usare una domanda aperta per farlo arrivare da solo a una conclusione che hai già scritto, perché è la forma di verifica che i ragazzi riconoscono meglio.
Quando chiedere aiuto
Guarda meno la lunghezza della risposta e più che cosa dice di sé quando risponde. Il segnale è il passaggio dall’episodio all’identità: non «è andata male quella verifica» ma «sono fatto così», e resta anche davanti a prove contrarie. Conta più della durata la generalizzazione: dopo un fallimento in un’area comincia a evitarne altre che non c’entrano niente. Non è un’urgenza, ma non rimandare oltre il trimestre.