Lavoro su di sé ogni età Una routine
Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Parla con tuo figlio

Da dove inizio a lavorare su me stesso come genitore?

Perché succede

Per migliorare il rapporto con tuo figlio, la parte su cui hai davvero potere è la tua. Nella mia pratica vedo che chi ci prova parte quasi sempre troppo in grande, con il proposito di diventare un altro genitore entro un mese, e si ferma in due settimane. Funziona meglio il contrario: una domanda sola, per iscritto, senza scadenza.

Cosa puoi fare

  1. Parti da una domanda, non da tutte. Quali sono i miei limiti. Quali sono le mie paure. Quali sono i miei punti di forza. Cosa voglio dalla mia vita. Di che cosa ho bisogno per essere il genitore che vorrei. Scegline una e resta lì.
  2. Rispondi per iscritto, non a mente. A mente si gira in tondo e ci si assolve in fretta. Scritta, una risposta si può rileggere fra un mese e vedere se è ancora vera.
  3. Rimettici mano con calma. Una domanda alla settimana è un ritmo che regge. Cinque domande in una sera producono una lista che non riapri più.
  4. Se cerchi uno strumento strutturato, prendilo come una prova. Un corso, un percorso, una lettura seria di psicologia. A qualcuno serve molto, ad altri niente, e non c’è modo di saperlo prima: quindi provalo per un tempo deciso e poi valuta, invece di considerarlo la soluzione in partenza.
  5. Dichiara a tuo figlio una cosa che stai cambiando. Una sola, concreta. «Sto provando a non rispondere subito quando mi arrabbio.» Gli fai vedere che un adulto può lavorare su di sé, e questo vale più di qualsiasi discorso sul crescere.

Cosa evitare

Non farne un progetto con obiettivi e verifiche: diventa un altro compito e lo abbandoni come gli altri.

Quando chiedere aiuto

Se lavorando su di te ti accorgi che quello che ti pesa non è la genitorialità ma qualcosa di più vecchio, quello è il momento buono per parlarne con qualcuno, senza aspettare che diventi un problema conclamato. E se, mentre lo fai, vedi tuo figlio spegnersi, guarda i segnali giusti: non la tristezza, ma la perdita di piacere per ciò che prima gli piaceva e un modo di parlare di sé che diventa stabile invece che reattivo. Il riferimento sono due settimane continuative, quasi tutti i giorni. Nei ragazzi si presenta spesso come irritabilità.

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