Bias cognitivi 14-18 anni Una conversazione
Dalla collana Genitori senza stress

Come mai ricorda solo il momento peggiore di una vacanza?

Perché succede

Un episodio molto carico si prende quasi tutto lo spazio del ricordo, e se capita vicino alla fine se lo prende tutto. Dieci giorni di mare più una caviglia storta l’ultimo pomeriggio diventano «una vacanza disastrosa», e non è una esagerazione voluta: è davvero quello che gli torna in mente per primo. Nella mia pratica vedo che più il genitore elenca le cose belle, più il ragazzo si irrigidisce, perché si sente dire che ha ricordato male.

Cosa puoi fare

  1. Prima riconosci il brutto, poi tutto il resto. «È stata una fine schifosa» detto da te apre la porta. Ridimensionare un episodio prima di aver ammesso che è stato brutto non funziona quasi mai.
  2. Fai domande che vanno oltre il momento saliente. «Oltre a quel giorno, com’erano le mattine?» «Cosa facevate prima di cena?» Sono domande a cui non si risponde con un giudizio.
  3. Chiedigli qual era la cosa che gli piaceva di più fare lì, anche la più banale. La colazione, la strada per la spiaggia, il gioco a carte la sera. Quello che cerchi non è un momento bello, è un momento ordinario.
  4. Riguardate le foto o i video in ordine, senza commentarli. Non servono a dimostrargli qualcosa. Servono perché rimettono in circolo i giorni che erano spariti.
  5. Tieni separato l’episodio dal periodo. «Quel pomeriggio è andato male» è vero. «La vacanza è andata male» è un’altra frase. Dillo una volta e lasciala lì.

Cosa evitare

Non contestare il suo racconto davanti ad altri, ai nonni o al fratello: lo obbliga a difenderlo e da quel momento è una posizione, non più un ricordo. Ed evita di ricordargli quanto è costata la vacanza o quanto vi siete impegnati: sposta tutto sul senso di colpa e chiude il discorso.

Quando chiedere aiuto

Un singolo racconto storto non vuol dire niente, capita a tutti. Guarda piuttosto se il modo di parlare è diventato stabile: non «è andata male», ma «tanto va sempre a finire così». Il segnale che conta di più non è la tristezza, è la perdita di piacere: smette di interessargli anche ciò che prima gli piaceva, per due settimane continuative, quasi tutti i giorni e per gran parte della giornata. Guarda insieme il sonno, l’appetito e se ha smesso di vedere gli amici. Nei ragazzi questo si presenta spesso come irritabilità e non come pianto.

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