Perché succede
Quasi sempre quella frase non è sua. È il modo in cui il gruppo segna il confine tra chi è dentro e chi è fuori, e ripeterla è la quota che paga per restare dentro. Nella mia pratica vedo ragazzi che liquidano come «sfigati» esattamente le persone che erano fino a un anno prima, e che nel dirlo non sono a loro agio. Il fastidio che senti tu, in forma più confusa, lo sente anche lui: per questo la strada che funziona non è la condanna, è togliere alla frase l’anonimato che la protegge.
Cosa puoi fare
- Ferma la frase, non la persona. «Questa cosa qui in casa non la diciamo» detta una volta sola, con calma, senza aggiungere altro. Il confine va posto; la predica che segue lo cancella.
- Chiedi di chi è. «Chi è che lo dice, di preciso?». Una frase di gruppo, quando deve essere attribuita a una persona con un nome, perde immediatamente forza e lui comincia a sentirne il peso.
- Riportalo alla persona concreta. «Come si chiama? Che cosa ha fatto di preciso?». Un’etichetta si difende, una persona con un nome e una storia molto meno. È lo spostamento che riapre il pensiero.
- Guardate qualcosa insieme e commentate. Un film, una serie, un video: chi è il buono, chi il cattivo, e in base a cosa? È il modo meno frontale per allenarlo a riconoscere gli stereotipi, e non parla mai direttamente di lui.
- Fagli vedere che si può non essere d’accordo e restare. Raccontagli una volta in cui hai preso una posizione scomoda in un gruppo, e come è finita, anche se è finita male. Dissentire ha un costo reale: fingere che non ce l’abbia non lo aiuta.
Cosa evitare
Non trasformarlo nel processo a un ragazzo cattivo: si difenderà, e per difendersi dovrà credere davvero a quello che ha detto per caso. Ed evita di rispondere con una lezione lunga, perché la lunghezza gli dice che è un tema tuo e non suo, e smette di ascoltare al terzo minuto.
Quando chiedere aiuto
Qui la cosa da guardare è che cosa gli costa restare in quel gruppo: se per non essere lui il prossimo bersaglio rinuncia a persone, luoghi o attività che gli piacevano, sta evitando, e l’evitamento è il segnale vero. E c’è un punto in cui non si aspetta: se le parole diventano esclusione mirata e ripetuta verso un compagno, si interviene subito, coinvolgendo anche la scuola.