Comunicazione ogni età Una conversazione
Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Parla con tuo figlio

Che cosa vuol dire ascoltare davvero mio figlio?

Perché succede

Ascoltare sembra la parte facile della conversazione, quella che si fa mentre si aspetta il proprio turno. In realtà è la più costosa, e per un motivo preciso: una domanda vera ti obbliga a mettere in conto una risposta che non hai previsto. Nella mia pratica vedo genitori bravissimi a parlare con i figli e in difficoltà appena il figlio comincia a dire qualcosa di cui loro non sanno che fare. È lì che si torna alle domande che si chiudono in fretta, perché danno la sensazione rassicurante di avere ancora in mano la conversazione.

Cosa puoi fare

  1. Conta quanto parli tu. Nella prossima conversazione fai solo questo. Se il conto è impari, il problema non è che lui non parla: è che non trova il posto.
  2. Prima di rispondere, prova a dire come si sente. «Mi sembra che ti sia rimasta addosso quella cosa.» Non è una diagnosi ed è verificabile: se sbagli te lo dice, e la conversazione va avanti lo stesso.
  3. Resisti alla soluzione immediata. Il consiglio arriva prima che tu abbia capito il problema, e chiude il discorso: chi ha ricevuto una soluzione non ha più niente da raccontare.
  4. Chiedi che cosa conta per lui in quella storia, non che cosa è successo di preciso. È la differenza fra farsi raccontare i fatti e capire perché quei fatti pesano.
  5. Lascia il silenzio dov’è. Dopo una frase difficile, aspetta. Quello spazio vuoto è dove lui può entrare, e se lo riempi tu si richiude.

Cosa evitare

Non usare quello che ti racconta come materiale per una correzione più tardi: basta una volta perché smetta di raccontare. Ed evita di rispondere con la tua preoccupazione («mi fai stare male», «non dormo la notte»): lo mette nella posizione di dover rassicurare te, che è la trappola più frequente e la meno vista.

Quando chiedere aiuto

Ascoltando si sentono anche cose che non riguardano più il rapporto fra voi. Il segnale da non lasciar passare non è la tristezza, è la perdita di piacere: smette di interessargli anche quello che prima gli piaceva, e il modo in cui parla di sé diventa stabile invece che reattivo, «sono un fallito» al posto di «che disastro oggi». Due settimane continuative, quasi tutti i giorni, sono la durata di riferimento. Nei ragazzi si presenta spesso come irritabilità.

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