Che cos’è questo percorso
Ventuno esercizi su un calendario continuo, dal giorno 1 al giorno 96, senza buchi e senza sovrapposizioni. C’è una cosa che il libro non dice mai in modo esplicito, ed è la più importante: qui chi lavora è il genitore, non il figlio. Non c’è niente da fargli fare, non c’è niente da spiegargli e non serve dirgli che stai facendo un percorso. Tuo figlio compare come persona da guardare e con cui parlare, mai come esecutore di un compito. Se questa cosa è chiara dal primo giorno, tutto il resto sta in piedi.
Le quattro fasi
Giorni 1-17, guardare se stessi mentre si parla. Prima ancora di osservare lui, impari a vedere che cosa fai tu dentro una conversazione: dove spingi, che cosa del tuo passato entra nella scena, che cosa sta chiedendo davvero il comportamento che ti irrita.
Giorni 18-47, chiarire che cosa si vuole da quelle conversazioni. Trenta giorni di lavoro su carta, sul perché e sull’obiettivo. Diciamolo senza girarci intorno: qui tuo figlio non è nella stanza, non succede niente di visibile, ed è il tratto in cui è più facile mollare. È anche il tratto che decide se i giorni successivi hanno una direzione o no.
Giorni 48-76, ascoltare come parla e che cosa gli importa. Si torna su di lui: le parole con cui racconta, come cambia mentre parla di cose diverse, le frasi che chiudono il discorso, che cosa conta davvero per lui.
Giorni 77-96, provare i gesti e stare nella relazione. La parte in cui si agisce: mettersi sul suo passo, scegliere posto e momento, spostare la cornice, legare un gesto a un comportamento. E infine il bilancio.
Il calendario
| Giorni | Esercizio | Che cosa fai |
|---|---|---|
| 1-3 | Guarda che cosa c’è sotto quello che fa | Distingui quattro livelli dietro quello che dice e fa |
| 4-5 | Nota quando smetti di essere neutrale | Osserva dove stai pilotando la conversazione |
| 6-8 | Riconosci quando stai rivedendo il tuo passato | Nota gli schemi che ti richiamano episodi tuoi |
| 9-11 | Chiediti che cosa sta chiedendo davvero | Cerca quale bisogno c’è sotto il comportamento |
| 12-14 | Sposta lo sguardo dal fatto al modo | Lavora sulla struttura del rapporto, non sul contenuto |
| 15-17 | Allarga la vista quando non capisci | Guarda che cosa sta intorno al comportamento |
| 18-23 | Chiarisci perché vuoi quelle conversazioni | Rispondi a sei domande sul perché, una al giorno |
| 24-25 | Scrivi il piano, non solo il desiderio | Traccia azioni, risorse e ostacoli per arrivarci |
| 26-47 | Riduci l’obiettivo a passi che dipendono da te | Rendi l’obiettivo concreto, verificato e alla tua portata |
| 48-57 | Ascolta con che parole racconta | Prendi nota delle parole che tuo figlio usa |
| 58-66 | Nota come cambia mentre parla di due cose diverse | Confronta due stati opposti e prova a nominarli |
| 67-68 | Riporta le frasi vaghe a un fatto | Chiedi il pezzo che manca dentro le frasi chiuse |
| 69-72 | Chiedi quando è successo, e con chi | Riporta le frasi assolute a un momento e a una persona |
| 73-76 | Scopri che cosa gli sta a cuore | Ascolta che cosa conta davvero per lui |
| 77-80 | Mettiti sul passo di chi hai davanti | Allena postura, voce, parole e segnali con altre persone |
| 81-85 | Adesso mettiti sul passo di tuo figlio | Porta lo stesso esercizio dentro le conversazioni con lui |
| 86-90 | Scegli il posto e il momento giusti | Prova contesti e piccoli rituali, e vedi quale regge |
| 91 | Sposta la cornice del problema che ti porta | Rimetti il problema dentro un altro quadro |
| 92-93 | Trova che cosa ti cambia l’umore | Individua su di te gli elementi che richiamano uno stato |
| 94-95 | Associa un gesto al comportamento che vuoi | Lega un’azione fisica a un comportamento positivo |
| 96 | Fai il bilancio di quello che hai visto | Rispondi a cinque domande su te e su tuo figlio |
Come si usa
Il timing è un punto di riferimento, e si può allungare ma non accorciare: se non ti senti sicuro di passare all’esercizio successivo, resta dove sei. Saltare qualche giorno non azzera niente, si riprende da dove eri. E 96 non è un numero magico: è la somma dei tempi indicati per i ventuno esercizi, niente di più.
Quando chiedere aiuto
Lungo il percorso ti capiterà di vedere cose che non riguardano più il rapporto fra voi due, ma lui. Il segnale non è la tristezza: è la perdita di piacere. Smette di interessargli anche quello che prima gli piaceva, e il modo in cui parla di sé diventa stabile invece che reattivo, «sono un fallito» al posto di «che disastro oggi». La durata di riferimento è due settimane continuative, quasi tutti i giorni e per gran parte della giornata. Nei ragazzi si presenta spesso come irritabilità, non come tristezza. Guarda anche la compromissione: un calo di rendimento senza ragione, cambiamenti di sonno o appetito, il ritiro dagli amici, lo sport e le attività abbandonate.
Se dice che vorrebbe farsi del male
Se tuo figlio dice, anche una volta sola e anche in tono leggero, che vorrebbe farsi del male o non esserci più, non aspettare e non cercare di capirlo da solo. Chiediglielo direttamente: nominare la cosa non la provoca, la rende dicibile. Poi cerca aiuto oggi stesso, non la settimana prossima: parlane con il tuo medico o con il pediatra, chiama Telefono Azzurro al 19696, attivo tutti i giorni a ogni ora, e se ti sembra che la situazione sia immediata chiama il 112. Nel frattempo restagli vicino e non lasciarlo solo.