Perché succede
Un ragazzo che resta a lungo senza gli altri perde il contatto anche con sé stesso: le emozioni, senza nessuno con cui misurarsi, si accumulano e perdono i contorni. Capire un’emozione non si trasmette come un’informazione, quindi non puoi farglielo capire tu. Puoi fare quello che si fa con i bambini quando imparano, e che a quell’età nessuno pensa più di dover fare: prestargli le parole.
Cosa puoi fare
- Offri una parola quando apre lui. Mai come apertura, mai come esercizio serale. Non «sei arrabbiato?», ma «mi sembra che ti abbia fatto rabbia»: se ti corregge, la parola giusta l’ha trovata da solo.
- Nomina le tue per primo, senza consegnargliele. «Oggi sono nervoso, non c’entri tu», e poi fai altro: se aspetti che ti consoli, lo metti nel ruolo di chi deve reggere il genitore.
- Lasciagli un quaderno, una volta sola. Sulla scrivania, con una riga: «è tuo, se ti serve». Non si legge e non si chiede se lo ha usato. Scrivere quello che si prova aiuta alcune persone, con effetti reali ma modesti.
- Il respiro fallo tu, non prescriverlo. Ad alcuni ragazzi qualche minuto di attenzione al respiro serve, con effetti piccoli e non per tutti; «dovresti meditare» gli arriva come «sei malato», vederti farlo in un angolo della casa no.
Cosa evitare
Non dare un nome alle sue emozioni come se fosse un verdetto: il «mi sembra» lascia a lui il ruolo di chi sa che cosa ha dentro. E non usare un tono di giudizio, perché la prima cosa che impara da te non è la parola, è il tono.
Quando chiedere aiuto
Se smette di interessargli anche ciò che era suo e il modo in cui parla di sé diventa fisso, «sono un fallito» invece di «che disastro oggi», per due settimane quasi tutti i giorni, le parole prestate non bastano più: è un umore da guardare.