Emozioni ogni età Una conversazione
Dalla collana Genitori senza stress

Come lo aiuto a capire quello che prova?

Perché succede

Un ragazzo che resta a lungo senza gli altri perde il contatto anche con sé stesso: le emozioni, senza nessuno con cui misurarsi, si accumulano e perdono i contorni. Capire un’emozione non si trasmette come un’informazione, quindi non puoi farglielo capire tu. Puoi fare quello che si fa con i bambini quando imparano, e che a quell’età nessuno pensa più di dover fare: prestargli le parole.

Cosa puoi fare

  1. Offri una parola quando apre lui. Mai come apertura, mai come esercizio serale. Non «sei arrabbiato?», ma «mi sembra che ti abbia fatto rabbia»: se ti corregge, la parola giusta l’ha trovata da solo.
  2. Nomina le tue per primo, senza consegnargliele. «Oggi sono nervoso, non c’entri tu», e poi fai altro: se aspetti che ti consoli, lo metti nel ruolo di chi deve reggere il genitore.
  3. Lasciagli un quaderno, una volta sola. Sulla scrivania, con una riga: «è tuo, se ti serve». Non si legge e non si chiede se lo ha usato. Scrivere quello che si prova aiuta alcune persone, con effetti reali ma modesti.
  4. Il respiro fallo tu, non prescriverlo. Ad alcuni ragazzi qualche minuto di attenzione al respiro serve, con effetti piccoli e non per tutti; «dovresti meditare» gli arriva come «sei malato», vederti farlo in un angolo della casa no.

Cosa evitare

Non dare un nome alle sue emozioni come se fosse un verdetto: il «mi sembra» lascia a lui il ruolo di chi sa che cosa ha dentro. E non usare un tono di giudizio, perché la prima cosa che impara da te non è la parola, è il tono.

Quando chiedere aiuto

Se smette di interessargli anche ciò che era suo e il modo in cui parla di sé diventa fisso, «sono un fallito» invece di «che disastro oggi», per due settimane quasi tutti i giorni, le parole prestate non bastano più: è un umore da guardare.

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